IL “WELFARE STATE” ALLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS
di Claudio De Boni
Fonte: TauZero
1. Nella storia contemporanea si incontrano casi (pochi forse, ma non proprio rarissimi) nei quali un’istituzione superiore di formazione e di ricerca riesce a ergersi per periodi consistenti a suggeritrice delle scelte politiche e culturali di un’intera nazione, se non addirittura a travalicare con la propria influenza i confini nazionali. A volte questa influenza si esercita soprattutto nella parte colta dell’opinione pubblica, nei confronti della quale l’istituzione si configura come una specie di maître à penser collettivo: è il caso, per fare un esempio notissimo, dell’Istituto per la Ricerca Sociale sorto negli anni venti del Novecento a Francoforte sul Meno, da cui sarebbe scaturita la “Scuola” legata ai nomi di Horkheimer, Adorno, Marcuse, Benjamin. Altre volte le istituzioni, in genere di tipo universitario, si prefiggono di influenzare direttamente le scelte delle classi politiche e dei governi, oltre che l’opinione pubblica, come dimostrano i casi dell’Institut d’Études Politiques di Parigi o del MIT di Boston1. La London School of Economics and Political Science (d’ora in avanti: LSE) unisce probabilmente entrambi i modelli. Ha una vocazione, forte fin dalle sue origini, a suggerire interventi governativi per la Gran Bretagna in merito ai temi dell’organizzazione e dell’armonia sociale, tanto che uno dei suoi più recenti e prestigiosi direttori, Ralf Dahrendorf, ha potuto scrivere che una delle linee portanti della LSE è stata la “continua, esplosiva relazione fra scienze sociali e politiche pubbliche”
2. Ma su alcuni temi di coordinazione fra politica, economia e società, in particolare su quelli legati ai fondamenti ideali, ai metodi procedurali e alle strutture organizzative del Welfare State, ha proposto per un secolo anche un insieme di studi e riflessioni capaci di circolare in tutto il mondo e di suscitare estesi dibattiti intellettuali…






