Preparatevi a una vecchiaia povera
La revisione dei coefficienti per i mutamenti demografici produce una riduzione del 6-8% delle pensioni future e, secondo le previsioni, un altro 2% ogni 3 anni. Al 2030 la riduzione sarà tra 15 e 17,5%. Questo si aggiunge alle carenze di un sistema che non tiene conto dei lavori “atipici”: per molti la pensione sarà un terzo dell’ultimo stipendio
di Maurizio Benetti
Fonte: Eguaglianza & Libertà
Siamo quindi alla presenza di un’annunciata emergenza sociale prodotta da un sistema pensionistico che se ha raggiunto una sostenibilità finanziaria non garantisce di contro in futuro una pari sostenibilità sociale. Si può certo rinviare la soluzione del problema al momento in cui esso esploderà. I governi futuri avranno la possibilità, debito pubblico permettendo, di cambiare il sistema di calcolo delle pensioni come si è fatto negli anni sessanta passando nuovamente da un calcolo basato sull’intera vita retributiva a uno basato sugli ultimi anni di retribuzione. Sarebbe, tuttavia, più serio porsi il problema fin da oggi intervenendo sia sul mercato del lavoro e la contribuzione, sia sul sistema pensionistico.
Devono essere limitati gli effetti negativi della flessibilità riducendo/eliminando le sue conseguenze negative in termini di reddito, di coperture assicurative, di formazione. Va ridotto il dualismo esistente nel mercato del lavoro cominciando da un processo di unificazione dei contributi previdenziali che riduca i vantaggi per i datori di lavoro derivanti dal minor carico contributivo di alcune forme contrattuali. E’ necessaria quindi una profonda riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, riforme non più rinviabili per gli effetti ormai strutturali che la precarietà sta avendo sulle carriere lavorative.
Già questo avrebbe effetti positivi sui livelli pensionistici. Si tratta poi di intervenire sulle pensioni future con interventi che tengano conto certo della sostenibilità finanziaria, ma anche di quella sociale del sistema pensionistico. I modi d’intervento possibili sono diversi: dalla reintroduzione dell’integrazione al minimo nel contributivo, all’estensione dei contributi figurativi, all’introduzione di una pensione di base finanziata fiscalmente o altro.
Nella passata legislatura la sinistra si è divisa sullo scalone diventato un simbolo di equità, ma tutti si sono dimenticati dei giovani e delle loro pensioni. Non solo, hanno anche scaricato su di loro il costo del passaggio dallo scalone agli scalini finanziandolo in gran parte con l’aumento contributivo sui precari senza alcun vantaggio immediato per questi ultimi in termini di maggiori tutele nel mercato del lavoro.






